Il Tempo, niente di più prezioso!

“Nel corso della storia questa civiltà ha imparato

a misurare il tempo e a farne un bel tracciato

clessidre e meridiane no non posso sopportare

nessuno può fermarmi, se voglio rallentare” 

Punkreas, L’orologio 

rallentare

Periodo intenso, quest’ultimo.

Ho un po’ anzi, potrei azzardare, del tutto trascurato il tempo che solitamente dedico a me. E quando parlo del tempo che dedico a me, non mi riferisco al tempo per lo sport o per un’uscita con gli amici a fare baracca; intendo quel rapporto speciale, intimo e prezioso che riservo al dialogo con l’altra me, quella nascosta sotto la pelle. Quelle lunghe chiacchierate durante le quali riaffiorano sogni, speranze, ricordi, dubbi, interrogativi e ovviamente qualche paura.

In questi giorni un avvenimento mi ha fatto necessariamente rallentare e, rallentando, ho avuto molto tempo per pensare a quanto sto per scrivere.

Pensavo al privilegio di poter fermare il tempo.

Pensavo a questo blog, a questo pezzo di me che ho deciso di rendere pubblico e lo pensavo come ad un caro amico da lungo tempo trascurato. Ho percepito il forte desiderio di rivederlo, di rifrequentarlo; perché  mi rigenera e mi fa sentire bene. A conferma che il tempo che dedichiamo a noi stessi, così come lo intendo, è assolutamente prezioso.

Tutto ciò rappresenta un rallentamento magico, oltre che utile, per connettersi con la parte più profonda di noi. E’ un’occasione per dare definizione alla nostra vita, quella del presente, troppo spesso lasciata procedere per inerzia.

Questo, è il tempo in cui il mondo tutt’attorno come per incanto, sembra bloccarsi. Si ferma. Mentre il TUO tempo, quello biologico, quello scandito dai battiti del cuore e dagli innumerevoli pensieri prevale su tutto, offrendoti quella splendida sensazione di percezione autentica e sincera di te.

E’ fondamentale prendersi il proprio tempo per curare ciò che si ama fare, dedicandosi al nutrimento della propria parte spirituale. Alimentare le emozioni attraverso le quali dare nuovi slanci alle proprie ispirazioni troppo spesso sopite dalle incombenze del quotidiano. Detto altrimenti, non dobbiamo smettere di sognare, di progettare!

Fino a poco tempo fa sentivo il peso di questa esigenza, senza riuscire ad appagarla; una continua lotta con il desiderio sempre più urgente di tagliare fuori –temporaneamente- il resto del mondo e coltivare il mio micro-cosmo.

Non dovremmo mai perdere la capacità di dedicarci a noi, anche se non è sempre facile. Possiamo allenarci giorno dopo giorno, pezzettino dopo pezzettino a conquistare la nostra terra promessa, quella che ci spetta di diritto e che nulla e nessuno può espropriarci, né il lavoro, né chi ci sta intorno.

Siate sempre grati della bellezza che vi circonda e non perdete il ritmo del vostro tempo, e quando vi sembra sfuggirvi, sfoggiate il vostro sorriso migliore e persuadetelo a starvi accanto! 

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L’empatia simulata, crea cortocircuiti emotivi a chi la subisce 

HER, il film di Spike Jonze

Her_movie

Her, è qualcosa di più di un semplice film, è la storia di un’umanità che prosegue senza indugi verso una deriva, quella tecnologica, verso una rivoluzione o meglio, come spiega il regista Spike Jonze, una evoluzione. Perché come dice, i due termini esprimono lo stesso concetto, ma il secondo esclude in qualche modo la dimensione del conflitto.

Infatti in Her, non assistiamo a un panorama apocalittico, dispotico. In questo caso non siamo di fronte a una comunità di zombie cannibali che assediano la madre terra minacciosi e assetati. Le atmosfere del film in questione sono rassicuranti, sono proiezione di un futuro amabile.

Theodore, il protagonista del film, interpretato da Joaquin Phoenix, vive in un contesto piacevole e dalle tinte tenui. Apparentemente conduce un’esistenza ordinaria; una storia d’amore importante alle spalle, buoni amici, un lavoro sicuro e un appartamento fantastico.

La tecnologia nella vita del protagonista, viene mostrata come presenza necessaria all’interno di una società complessa, caratterizzata da una sovrabbondanza informativa, conseguenza naturale di una connessione costante con il mondo; una presenza non preoccupante, almeno fino ad un certo punto del film, quando Theodore acquisterà un nuovo sistema operativo, Samantha, interpretato vocalmente da Scarlet Johansson.

Da quel momento in poi, avverrà una graduale presa di coscienza del protagonista e delle spettatore, realizzando il potenziale intrinsecamente drammatico di un relazione pericolosa; tanto vertiginosa quanto destabilizzante.

Comprendiamo la solitudine di Theodore , la sua personale ricerca della felicità, in una contesto sociale iper-connesso, dove le relazioni umane tradizionali si atrofizzano e falliscono, a favore di legami emotivi effimeri.

Theodore stringe una relazione sentimentale con il suo sistema operativo, estremamente suggestiva e insieme a lui, noi spettatori, ci ritroviamo turbati, scettici ed emozionati. Il nostro sguardo e i nostri pensieri, si fanno via via interrogativi.

Sebbene Samantha sia un sistema operativo estremamente evoluto, capace di simulare la complessità umana, ben presto la distanza tra loro si farà enorme e la relazione, dapprima vista come piacevole, apparirà allucinata.

Sempre più chiaramente, da quel rapporto uomo/macchina, emerge in modo drammatico un appagamento allucinatorio.

Samantha appare per quello che è realmente, un prodotto programmato per dispensare emozioni ad un popolo affetto da una sorta di “ipnosi emotiva”, così affamati di umanità, da inibire la capacità di riconoscere l’autentico dall’effimero.

Questo film solleva molti degli interrogativi che da tempo mi attanagliano, offrendomi riflessioni ulteriori.

Nel perpetrarsi della corsa verso il compimento di tale deriva tecnologica, l’uomo (consapevole), tenta faticosamente di preservare la sua natura, con conseguenze patologiche drammatiche.

L’urgenza di preservare e di coltivare la qualità umana delle relazioni, trova fondamento nel nostro DNA, nella nostra memoria storica, antropologica.

L’empatia, prerogativa esclusivamente umana, è la capacità di vivere l’emozione dell’altro, presupposto per un legame profondo. E’ lo schiudersi di un sapere nuovo, e questo, è un atto assolutamente creativo, dunque umano.

Oggi si celebra il ventennio dalla morte di Kurt Cobain. Lo ricorda puntualmente Massimo Gramellini nel breve articolo di oggi su La stampa, riportando “le sue ultime sottaciute parole”, quelle con le quali concluse la sua lettera prima di porre fine alla propria vita…

Peace, love, Empathy, Kurt Cobain

Non dimentichiamo queste parole. Ci salveranno.